mercoledì 17 novembre 2010
Trekking spirituale dull’Himalaya – VII parte
E' il 10, finalmente si parte: i carichi sono suddivisi fra i portatori, noi abbiamo lo zaino personale di una decina di chili, un portatore resterà sempre con noi perché ha l'attrezzatura per le riprese, con noi sarà anche la guida Mr. Rana. E' un uomo sui quaranta, una persona squisita, distinta, con un alone di tristezza, farà tutto il trekking con un ombrellino e una borsa di plastica in mano che contiene parte del suo bagaglio, gli altri portatori sono sempre avanti a noi per preparare il campo con le tende e perché nonostante il carico e gli infradito camminano più spediti di noi. Ogni ora circa ci fermiamo per le riprese.
Questo primo tratto di trekking è un comodo e godibilissimo sentiero in mezzo ad alberi secolari che si faranno via via più radi per mostrare meglio la valle che si sta allargando. Di tanto in tanto dobbiamo passare su corsi d'acqua utilizzando come ponte due sottili tronchi affiancati. Abbiamo perso una ventina di minuti al chek point ma ora recuperiamo seguendo come un miraggio la silouette dello Shivalinga che vediamo in fondo alla valle fin dalla partenza. Non è la montagna di Shiva, ma una montagna minore, ugualmente bella e innevata, ricorda il Cervino. Ogni tanto siamo superati da giovani portatori, hanno dai 20 ai 25 chili sulla schiena che portano con l'aiuto di una fune che passa sopra il capo protetto da un cencio. Chissà cosa ne pensano le cervicali.
Quando la valle gira fanno capolino il Bhagirati due e tre, l'uno, più distaccato e più alto, quasi di fronte al Kedarnath, si vedrà più avanti. Sono imponenti con la base immensa e le vette che sfidano il cielo con creste innevate e affilate. Dopo un panino fra gli ultimi alberi di Chirbas, vicino ad una baracca in lamiera e un ricovero per i muli, riprendiamo il cammino nella valle che si allarga sassosa, con qualche cespuglio vicino al fiume e prati erbosi e ripidi che finiscono contro le rocce in alto. Due aquile si stagliano contro il cielo e veleggiano a ridosso delle pareti, sotto, sui prati, un centinaio di metri distanti dal sentiero, pascolano i bhorgoul, i robusti stambecchi himalayani. Ad un tratto Madhumangala s’imbatte in un piccolo ferro di mulo, lo raccoglie, lo mostra a Keshava e sorridendo lo getta via dicendo:
”Rinuncio alla fortuna per la spiritualità del sadhu”.
Poco dopo, a metà di una larga curva in salita, scorgiamo il sadhu luminoso che discende scalzo e sorridente con il suo pentolino d'acciaio appeso alla spalla. Sembra veramente felice di rivederci, si ferma e ridendo gioiosamente ci dice che noi abbiamo già visto la Luce divina e dobbiamo solo essere costanti con i voti. Ride per gli omaggi e se ne va leggero, scalzo. In un istante scompare. A ripensarci ora lo vedo come un miraggio, come qualcosa di estraneo all'ambiente pur eccezionale in cui ci muovevamo, come se nella tessitura di tempo e spazio si fosse repentinamente aperta una fessura per manifestare un mentore di altre dimensioni.
Verso le cinque arriviamo ai 3800 metri della conca di Bhojbasa. Dall'alto si intravede un piccolo campo di calcio con delle figurette che corrono attorno a delle costruzioni prefabbricate. E' una stazione meteorologica con antenne e casette che verosimilmente non tiene d'occhio solo il tempo, ma anche lo stato di salute del ghiacciaio Gangotri e la qualità dell'acqua del Bhagirati; è controllata dai militari. Le nostre tende sono già piantate ad un centinaio di metri dal fiume e ad una decina dal recinto della stazione, una tenda è adibita a sala da pranzo e funge anche da dormitorio per i portatori, in una quarta c'è la cucina. Siamo arrivati da poco e già un funzionario del parco, forse un militare, ci controlla e parla con Mr. Rana. Vicino alla riva del fiume c'è una roccia nera, lunga dieci metri e alta cinque, il posto ideale per cantare i giri domattina presto, rivolti verso la sorgente, i Bhagirati e il sorgere del sole. Basta coprirsi bene. Dopo cena, prima di coricarci, un cielo nero cosparso di stelle si offre a noi.
Alle nove partiamo allegramente da Bhojbasa diretti a Gomuck e poi a Tapovan, la nostra tappa più impegnativa. Fino ai 4000 metri di Gaumuck si avanza senza problemi anche se il tragitto è lungo, con saliscendi. La vegetazione è quasi scomparsa, alla nostra sinistra, su un prato ripido, un branco di un centinaio di stambecchi con i piccoli ci guarda indifferenti. I maschi hanno corna e stazza imponenti. Incontriamo degli indiani con una lettiga che posano in terra, sopra è sdraiato un uomo sulla sessantina, immobile, occhi chiusi, sembra incosciente. Se si tratta di mal di montagna dovranno camminare molto per portarlo a quote più favorevoli. Più avanti, si vede il fronte grigiastro del ghiacciaio, c'è una radura di sabbia finissima con una tenda di militari, per terra giace parte della loro attrezzatura con radio da campo e batterie. Forse una base d'appoggio per qualche spedizione in quota.
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