mercoledì 17 novembre 2010

Trekking spirituale dull’Himalaya – XI parte

Giovedì 16 mattina, rifatti i bagagli e sistemati sulla jeep torniamo da Chandan; c'è anche un bancario che dall'alto della sua posizione sociale ci elargisce le rupie in cambio dei nostri euro, sfoggia oro alle dita e al polso, ha la camicia dentro i pantaloni e i capelli neri e lisci che sembrano impomatati. I nostri portatori, che rivedo con piacere, sono in gioiosa attesa della mancia, sono in gruppo ma rivedo le diverse personalità che avevo imparato a distinguere. Con quante vite ci siamo incrociati in questa manciata di giorni! Con quanto vissuto! E quanto rispetto devo imparare ad avere per gli altri! Rupie, baci e abbracci e la sensazione di lasciarci alle spalle buone relazioni tranne forse che per il coordinatore dei portatori, un ragazzo minuto, molto svelto, che sperava qualcosa in più.
Partiamo con una jeep 4x4 diretti a Janki Chatti per la seconda parte  del viaggio. La giornata è soleggiata e fa sperare bene, ci hanno già avvertiti che dove andremo diverse strade sono danneggiate, ma percorribili. Ci sono problemi seri fra Deoprayag e Risikesh ma questo già lo sapevamo attraverso gli sms dall'Italia e il nostro piano prevede un ritorno a valle più ad Ovest. Sono seduto davanti, fra il driver e Mr. Rana che mi racconta come ha perso sua moglie e come vive ora; si affretta a dirmi che lui comunque ha una famiglia, un figlio di 15 anni che frequenta la scuola per lavorare con i computers, una bambina più giovane ed i suoi genitori che hanno la casa con un po' di campagna. Lui lavora come guida, ma appena può ritorna a casa per portare i soldi e stare con i figli. Dopo un po' la jeep si ferma vicino ad una rivendita di bibite, Mr. Rana fa un fischio ed appare un adolescente magro e serio, il figlio che studia computer, gli consegna un rotolo di rupie, un colpetto sul braccio, un cenno di saluto, due parole, il figlio si ritrae e siamo di nuovo in marcia. 
La strada è da incubo, ma il viaggio è divertente e dopo qualche ora ci porta a Barkot, un popoloso centro su un altopiano di 1200 metri, all'incrocio di tre valli: una porta verso Yamunotri, una a Theridam, il grande lago artificiale ed una scende verso Mussorie, la residenza estiva degli inglesi. E' un paesone con due banche, un centro di polizia, una municipalità con molti uffici, negozietti, ristoranti e alberghi indian-style. Poco sotto il paese, la Yamuna nel corso dei millenni ha eroso il terreno lasciando un pianoro erboso di circa un chilometro quadrato, che è l'eliporto di Barkot, ma all'occorrenza potrebbe atterrarvi anche un piccolo aereo ad elica.
Pranziamo in un ristorante al centro del paese lungo una strada polverosa e piena di sole; dentro è quasi buio per il fumo delle fritture e perché è un locale che non ha mai visto la calce, è nato così. Ci sono molti tavoli con il piano di metallo che viene pulito con uno straccio usato forse per verificare il livello dell'olio del motore, ma ci servono un piatto gustoso con chapati cucinati molto bene. Quando ripartiamo per salire ai 2650 metri di Janki Chatti il tempo cambia e diventa sempre più nuvoloso.
Da Hanuman Chatti, poche case attaccate una all'altra, a Janki Chatti la strada è stretta con qualche tornante e alcuni ponti che scavalcano torrenti vivaci che si gettano nella Yamuna che ora scorre impetuosa alla nostra sinistra. Janki Chatti è un posto squallido. Forse in una giornata di sole può dare un 'altra impressione ma ora è scuro, ripido e umido; molti alberghi mal tenuti ed ora quasi vuoti, un ponte in costruzione ed uno in uso arrugginito. Si è messo a piovere e ci ripariamo in un albergo dalle stanze umide con coperte sporche ed un ristorante che ricorda i ricoveri per cavalli. E' un posto che usualmente vede molti pellegrini diretti a Yamunotri, ma ora è quasi deserto. Molte stalle per i cavalli, i muli e gli asini, qualche negozio. Comperiamo alcune candele di cera che serviranno per asciugare il bucato e bottiglie d'acqua. Piove forte, credo stia sfumando la nostra salita alla vera fonte della Yamuna, al Saptarishi Kund un lago glaciale a 4400 metri che ha visto le ascesi di personaggi come Vashista Muni, Gautama, Visvamitra, Jamadagni, Atri, Kasyapa, Bhadravaji; alpinisticamente la parte più impegnativa.
I fiumi della vita: sulla lunga salita per Yamunotri, una cordonata di sei chilometri che sale ai 3300 metri del tempio si alternano pellegrini, muli con il loro carico umano e portantine sorrette da quattro portatori dalla spalla segata dal peso di qualche grassa signora, desiderosa di sgravarsi almeno del Karma, nella sacra e calda fonte termale. E' un pellegrinaggio santo e duro che percorre un sentiero antico dove molti ricercatori hanno fatto lo stesso sforzo per trovare la dimensione interiore. Quanta fatica per donne, uomini, cavalli e asini che salgono! Tutto intorno a noi è acqua. Sta piovendo ininterrottamente dalla sera prima, la Yamuna sul fondo della valle romba in continuazione alimentata da cascate, torrenti, rivoli, gocciolii, tutto trasuda acqua, le foglie stillano gocce, la ringhiera, le nostre mantelle, il vetro della telecamera. Di tanto in tanto passiamo sotto una doccia nebulizzata che scende dalle rocce a benedire i pellegrini. Il pavimento della scala, tutto in cemento è uniformemente colorato dallo sterco dei muli sciolto dall'acqua. L'India si sta sciogliendo.
In questo ambiente, mentre aiutiamo Keshava a montare e smontare l'attrezzatura per le riprese, pensiamo al significato del nostro viaggio: cerchiamo qualcosa di più dell'effetto scenografico delle innumerevoli cascate pur bellissimo, e qualcosa oltre l'importanza dell'acqua per vivere. Centinaia di milioni di persone dipendono da questi fiumi che, dall’immenso ghiacciaio di Gangotri o dallo Svargarohini portano la vita alla piana Gangetica fino al delta nel Golfo di Birmania. Siamo in una zona divisa fra India, Cina, Nepal: la più grande riserva d'acqua del Globo. Milioni di persone da qui al delta affidano il loro cuore, le loro speranze e  le loro ceneri al Gange per immettersi di nuovo nel fiume della Vita. Ma continua a passarmi per la mente che cerchiamo qualcos'altro. Cerchiamo i “fiumi della vita,” qualcosa che è oltre l'acqua che si vede, che è oltre la corrente pranica che generosamente accompagna i corsi d'acqua.
La leggenda racconta che la dea Ganga per aiutare l'umanità sofferente precipita a Gaumuck e si trasforma in acqua che scende a dissetare tutta la piana gangetica. Per fortuna l'impatto viene attutito dalla chioma di Shiva! Altrimenti sarebbe stato devastante. Tale era l'irruenza della dea Ganga. Noi facciamo il viaggio a ritroso, dalla valle alla sorgente. Per comprendere. E la mente va a Dante  “ ...l'acqua ch'io prendo giammai non si corse..” e poi alla Dea Ishtar che per ritrovare il suo amato sceso agli inferi, scende anche lei spogliandosi via via di tutti i suoi veli, ma quando finalmente a lui si ricongiunge, per risalire deve farsi aspergere dall'acqua di vita. Cosa sia questa “acqua di vita “nessun assirologo ha mai saputo spiegarlo. Eppure è la cosa di cui l'umanità ha più bisogno. Più dell'acqua da bere. E' l'acqua che brucia degli alchimisti? E’ lo “spirito distillato”? E' la Grazia di Guru e Krishna? Oppure é qualcosa che sgorga da un centro ignoto in noi che il Maestro aiuta ad aprire? Le limpide acque della mente. Difficile è renderlo in un filmato. 
Questi i pensieri mentre saliamo la lunga e umida scalinata che porta a Yamunotri, al tempio di Yamuna Devi, alla sorgente del  fiume dentro il quale Krishna e le Gopi si amarono e si amano. A dire il vero la sorgente vera si trova 1200 metri sopra, ma la salita impegnativa al lago dalle acque blu è impensabile con questo tempo.
A metà strada c’è un riparo dove si vendono bibite e dove tutti si fermano per recuperare un po’ il fiato e dove si assiste ai lanci spettacolari delle bottigliette e dei cartocci gialli dentro la Yamuna. Chiediamo: 
“Perché?”
Rispondono con una fatalistica alzata di spalle. Quasi al traguardo, cinquanta metri prima delle bancarelle un altro cono di immondizie scende dalla strada fino al fiume.  Passiamo indenni fra le bancarelle ed i venditori che ci offrono di tutto e di più e puntiamo decisi verso la parte superiore del Tempio dove si farà il puja ad una fonte di acqua calda. Facciamo due rampe di scale con gli zaini in spalla attratti da un forte vocìo intercalato da colpi di fischietto e lì ci attende una visione dantesca: in due grandi vasche piene d’acqua fumante dal colore incerto, si accalcano uomini e donne seminudi insieme, gestiti da un poliziotto in uniforme con un bastone in mano che giustifica la sua presenza fischiando e sbracciandosi, apparentemente senza nessun risultato. Siamo circondati da ogni parte da Brahmini che premono perché si faccia subito il puja. Occorre fare presto, bisogna pagare subito un piatto già pronto per il puja, non c'è un attimo da perdere, bisogna togliersi gli zaini e gli scarponi e sudati e trafelati sedersi vicino alla fonte, per fortuna calda, per ascoltare i mantra recitati in fretta da un giovane Brahmino. 
C'è ansia nell'aria, una volontà di non far pensare, di non far vedere, di non far riflettere, occorre solo partecipare al rito eseguito meccanicamente dal prete. Ad un certo punto interviene quello che sembra essere il responsabile e fa cenno all'officiante di accelerare: gli elementi del piatto vengono rapidamente offerti, il riso viene gettato verso la fonte  protetta da una piccola ringhiera in ferro semicircolare e viene distribuito il Prasada. Poi, parlando sottovoce, il Brahmino ci dice che se abbiamo a casa dei parenti che stanno male, con un’offerta di 1000 o 2000 Rupie, loro possono aiutarli. Un’immagine si insinua nella mia mente: Martin Lutero che inchioda le sue 99 tesi al portone della chiesa di Wurttemberg.
Appena ci rialziamo siamo circondati di nuovo da Brahmini e dai loro aiutanti  che ci premono da ogni lato dicendo che dobbiamo fare un'altra “offerta spontanea” perché la prima copriva solo il costo del piatto. Riusciamo a temporeggiare, faremo l'offerta dopo avere fatto gli omaggi alle divinità (bellissime) del tempio in una casetta distante pochi metri. Anche qui siamo pressati dal Sacerdote affinché si versi qualcosa; dopo un attimo di raccoglimento davanti alle Divinità riusciamo a sganciarci pagando qualcosa ai nostri creditori che incassano anche i sarcastici commenti di Madhumangala. Poco dopo siamo di nuovo fuori sotto l'acqua ad osservare la Yamuna scendere fra i sassi con la veemenza di prima, con la purezza di “sempre”. 
Abbiamo visto l'aspetto più deteriore della religione, senza riflessione, senza comprensione, senza dimensione interiore, senza silenzio, senza apertura, senza amore. Abbiamo fatto offese? Può darsi. Forse occorre essere un Cristo per cacciare i mercanti dal tempio.
In un paio di ore, con  alcune scivolate sul cemento viscido, in un mondo che sembra fatto d'acqua, riusciamo a rientrare in albergo e dopo tanto tempo facciamo una doccia calda, lasciandoci riscaldare dell'acqua, utilizzando una busta di plastica nera portata da Madhumangala  con attaccata una doccetta. Tecnologia occidentale! Poi usciamo per fare shopping: andiamo in centro ad acquistare i finimenti per l'asinello di Francesco.

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