Al Maestro che è sempre stato nei nostri cuori.
Novembre 2010
PRIMA PARTE
Curioso come un viaggio si dilata nel tempo! Non inizia imbarcandosi sull'aereo e non finisce al ritorno riprendendo il bagaglio. Comincia molti mesi prima, forse con la prima fantasia sulle alte montagne Himalayane, con la preparazione tecnica, con le telefonate, le letture, le aspettative che spesso sono un tentativo di cogliere quel riverbero che un avvenimento proietta prima e dopo nel tempo.
Questo viaggio è, per gran parte, una nostra creatura, un mix d’immaginazione, volontà e fatti concreti. Realtà e proiezione nostra. Tutto quello che abbiamo vissuto durante il viaggio, gli incontri che abbiamo avuto: da quelli elevatissimi o di forte spessore umano a quelli indisponenti, agli incontri con gli animali, è un nostro prodotto, ce lo siamo cercato. Anche il tipo di energia che ha animato il viaggio è nostra. Tutto il resto l'ha messo l'India o meglio, il Sacro dell'India. Non so quantificare, è così intimamente mescolato che ora, a casa, occorre vestirsi di nuovo da viaggiatori interiori, da entronauti per dirla come Scansiani, per cercare l'oro nella miniera. E il viaggio continua.
Decollati da Pisa, salutate Manupatni che ha preparato i panini per il viaggio, Bhadra che in spirito ci accompagnerà tutto il viaggio, Mario e Donatella, sorvoliamo le familiari montagne del Trentino-Alto Adige, riconosciamo i 3600 metri del Vioz dove ci siamo allenati (sarà sufficiente?) e le Alpi di confine; già sopra l'Austria l'aereo dell'Airdolomiti inizia la discesa e poco dopo camminiamo nell'efficientissimo e lucidissimo aeroporto di Monaco alla ricerca della coincidenza che, dopo una notte di volo ci porterà a Nuova Delhi.
E' notte. Voliamo nel silenzio assordante dei 900 chilometri orari. La maggior parte dei passeggeri é assorta nel piccolo schermo che ha davanti, ognuno assorbito in un mondo diverso ed ora c'é modo per chiedersi cosa ci spinge veramente verso la nostra meta. Cosa cerchiamo? E' la ricerca del sacro? Del bello? E' la sfida? Sono le letture fatte sull'India ? Com’é vivo il ricordo di Kim! Lo sveglio ragazzo indiano che in compagnia del Maestro attraversa l'India per entrare nel “grande gioco”, si confronta con la visione fantastica, effervescente e spietata di Salman Rushdi nei “figli della mezzanotte”. Come reagiremo all'altezza? Alla stretta convivenza? Al sacro?
Il volo della Lufthansa con i pasti a bordo, i cinema proiettati e le toilette spaziose ci mantiene in un aura occidentale perciò quando usciamo dall'aeroporto Indira Ghandi, l'impatto con i colori, gli odori e il ritmo del mondo indiano si fa sentire. L'India, sottilmente, comincia ad assorbirci. Poche ore prima pensavamo lucidamente allo scopo del viaggio, a quel che dovevamo e volevamo fare: ora siamo sulla giostra.
All'ufficio informazioni dell'aeroporto ci convincono a prendere l'autobus piuttosto che il treno e siamo tutti e tre ancora troppo permeati di vita occidentale per realizzare cos’è un pullman indiano. Un’ora di taxi per arrivare ad una stazione fatiscente e scura con tanti piccoli uffici coperti da grate alcuni aperti ed alcuni chiusi. L'ufficio con scritte in Hindi, che gestisce la tratta Delhi-Rishikesh è chiuso, oggi non esiste l'autobus. Qualche indiano dorme steso su un cartone, un altro ci guarda con insistenza, un altro sta facendo con maestria dei chapati. In quel momento, con sincronismo perfetto, mentre stiamo pensando al da farsi, alcuni indiani ci agganciano proponendoci un taxi per Rishikesh. Dopo un percorso fatto di un saliscendi, di scale, viuzze fra le case, pozzanghere e fango arriviamo all'agenzia dove il boss ci assicura che in dieci minuti arriverà l'auto, intanto esce un sole velato che trasforma l'umidità in vapore.
L'India ci scorre a fianco con i suoi colori e i suoi suoni, in aria pigri avvoltoi volando molto bassi perlustrano il territorio, davanti a noi un indiano, che sembra anziano esce da uno scatolone e si mette in ordine per affrontare la giornata, ora le due ciabatte messe in ordine davanti allo scalino hanno un proprietario. Dietro a noi un papà fa fare la pipì al bambino davanti alla panchina e lo cambia così adesso c'è una pozzanghera in più che riflette le nuvole in cielo.
Il boss è costantemente al telefono fingendo efficienza, ma il taxi non arriva perché i sottopassaggi sono allagati; dopo un'ora e mezzo di attesa ci spostiamo con i bagagli ad una agenzia vicina e dopo un'altra mezz'ora arriva un taxi piccolo fuori e grande dentro che ci accoglie con tutte le nostre valigie; le 3500 Rs concordate, dopo una trattativa vivace a cui aveva partecipato un sorprendente numero di indiani, le diamo però al boss della prima agenzia che evidentemente aveva mantenuto il diritto sull'affare.
Così inizia il viaggio sulle antiche, popolose e polverose strade dell'India e i personaggi che entreranno negli schermi in 3D che sono i finestrini dell'auto ci accompagneranno per tutto il tempo. I placidi bufali, i camion obsoleti, le biciclette coperte da una piramide di vasi, le indiane sorridenti fasciate dai sari colorati, gli indiani con l'infradito, i bambini seminudi, gli asini con le gambe legate, i templi colorati e kitch, le case mai finite, gli sputi rossi, lo smog, le motociclette Hero, le corriere con la gente sul tetto, la pubblicità che ricorda altri mondi, i clacson, la musica e il continuo rumore di fondo ci accompagneranno incessantemente fino a farci desiderare d'essere soli in mezzo alle montagne. Siamo in un sogno e viaggiamo verso un altro sogno.
A metà strada il tassista ci porta ad un ristorante dove per la prima volta assaggiamo una preparazione consigliata da Keshava; é il “masala dosa” un eccellente e grande omelette senza uova con dentro un ripieno di paneer e verdure. Squisito e primo di una lunga serie di piatti indiani di cui farò conoscenza.
Arriviamo a Rishikesh al tramonto: la valle, all'altezza dei due ponti a strallo é interamente occupata dal Gange, dai ghats e dalla strada e pertanto tutte le costruzioni sono arrampicate sulle Hills, ultime propaggini dei colossi himalayani; questo significa scale, scalini, salite. Un allenamento per il nostro trekking. Incontriamo Gurudeva che ci viene a salutare mentre siamo in mezzo ai bagagli; sta scendendo per tenere la lezione sui ghats dove Lo raggiungeremo tra poco e dove incontreremo il gruppo che segue il seminario e Francesco che é il quarto partecipante al trekking.
Il Gange é livido come il cielo e lambendo l'ultimo scalino manifesta tutta la sua irruente potenza con le onde che si accavallano, si frangono e si ricostituiscono; ogni tanto qualcosa di scuro dalla forma di un tronco passa veloce e si immaginano i numerosi affluenti che scendono rombando dai monti e urgono per riversarsi finalmente in mare. La Dea é coperta da una leggera nebbiolina e la sua voce é come un impeto frenato e sommesso, quasi un monito: “L'ardua sapienza dure rocce avvalla”.
La lezione é particolarmente suggestiva ed é seguita dal puja al Gange quando è quasi buio. A cena, una cena squisita, siamo ospiti di Gurudeva che ci mette al corrente degli ultimi sviluppi del progetto del C.S.B. e, dopo il recupero della rimanente attrezzatura, andiamo a dormire finalmente in un letto vero.
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