mercoledì 17 novembre 2010

Trekking spirituale dull’Himalaya – IV parte

Dopo numerosi tentativi  riusciamo a contattare Mr Chandan che ci ha promesso la jeep che ci porterà ad Uttarkashi. Con una puntualità insolita l'autista alle otto si trova davanti all'albergo con la macchina pronta. E' il momento dei saluti. Il Maestro ci da le sue benedizioni, i confratelli ci salutano e in un istante siamo in viaggio, da soli, verso la meta. Abbiamo visto le foto dei posti dove andremo, li abbiamo già sorvolati con Google Earth ma rimangono ignoti, luoghi da scoprire passo dopo passo pensando a chi prima di noi ha calcato quella polvere. Il primo incontro é con dei giganteschi e sgraziati avvoltoi che all'arrivo della jeep si alzano in volo e diventano elegantissimi. Con le ali enormi dispiegate veleggiano senza il minimo sforzo, osservandoci. Ci sarà sempre qualche uccello ad osservarci durante tutto il viaggio di trasferimento ad Uttarkashi, viaggio che ci regala viste mozzafiato su valli vertiginose, strade strettissime, verdi risaie, affluenti dall'acqua limpida e via via, un monte dietro l'altro con il paesaggio che cambia continuamente e ci disorienta. 
Davanti Madhumangala e l'autista, dietro Keshava, Francesco ed io. Dopo mezz'ora ci siamo detti quasi tutto sul rapporto con le nostre compagne, ora ci conosciamo di più con una schiettezza di comunicazione che caratterizzerà tutto il trekking, e solo quando con Francesco ci ingolfiamo nelle vicende politiche attuali Keshava ci ricorda il nostro compito.
Il nostro autista é una forza: ha braccia potenti, guida con precisione e quando incontriamo qualche altra macchina in punti stretti, il che succede spesso, inizia una sorta di duello da cavalleria rusticana: nessuno vuole retrocedere, anche di poco, diventa un fatto personale, un atto di potere, prima gli autisti si guardano immobili, poi inizia qualche gesto, poi seguono imprecazioni rapidissime con solo consonanti, quasi una raffica. Il nostro ha degli occhi da duro, non ride mai, sembra Clint Eastwood e infatti non retrocediamo mai.
Arriviamo alla grande diga a gravità di Tehri, ancorata alle rocce delle montagne, in quel punto molto vicine. Forma un lago gigantesco, verde a striature gialle, profondo centinaia di metri, che circumnavigheremo in automobile, e di cui vedremo tutti i fiordi dall'alto in un interminabile trasferimento. Per i tecnocrati del governo indiano é una “major dam”, un  gioiello dell’ingegneria, che produce qualcosa come 2400 megawatt; per coloro che vivevano qui è l'impresa che li ha costretti all'esodo: 100.000 persone che hanno perso casa, campagna e lavoro. Tanti da provare vergogna! Cento villaggi cancellati, venti anni di proteste e resistenza passiva servite a niente. Ragion di stato. Se qualcuno che qui abitava vorrà rivedere il paesello natio verrà a scrutare le acque.
Questo lago lo vedremo da ogni angolazione possibile: dal livello delle acque, dai duemila metri, sullo sfondo di boschi o di verdissime terrazze di riso, ci ricorderà in continuazione la vittoria della tecnica sulla dimensione umana. Una folle volontà di dominio sulla terra. Il segno che il legame tra uomo e natura  qui si è rotto. Un altro esempio di scienza senza coscienza. Sarebbe interessante approfondire il significato esoterico dello sbarramento di un fiume sacro! Tecnicamente l'acqua che esce dalle turbine viene chiamata “acqua morta”. Questo atto di volontà, come modificherà la vita alle persone? Si riesce a vedere un po' più in là della prima mossa? In una partita a scacchi chi vede meno, perde.
Verso le tre del pomeriggio raggiungiamo il Chaurangi Khal a 2200 m. dove ci fermiamo per rifocillarci. Vicino ad un tempio shivaita che trasmette in continuazione musica assordante, con un fumatore di marjuana che ci ammicca dal bar di fronte e dei poliziotti che discutono con il gestore di un altro gusteremo un pranzo delizioso. Verso le cinque raggiungiamo Uttarkashi ed un buon albergo. 
Mr. Chandan é un business man che ha un paio di guide che lavorano per lui e che gestiscono i portatori, conosce gli albergatori e i bancari del posto e l'emotività indiana che si intravede é ben bilanciata dall'efficienza e dal desiderio di guadagnare. Poi scopriremo che qualche sbavatura c'è, ma tutto sommato é facile mettersi d'accordo con lui. Ha un piccolo ufficio tappezzato con fotografie di montagne, campeggia uno splendido Shivaling innevato. Una piccozza da traversata e una Blak Diamond molto usata appesa di traverso, vorrebbero far pensare a dimestichezza con le alte quote.

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