mercoledì 17 novembre 2010
Trekking spirituale dull’Himalaya – IX parte
A mezza mattina di lunedì 12 partiamo in tre, Keshava, Francesco ed io per guadagnare la cresta da cui si dovrebbe vedere bene il monte Meru ed il ghiacciaio che lì si origina e ci separa dal Brighupanth. C'è nebbia e l'accordo con Mr Rana è che lui ci raggiungerà per condurci ad un punto panoramico verso il monte Meru solo se il tempo si alzerà, per questo gli ho lasciato la ricevente. La nostra ascensione è poco impegnativa perché viaggiamo leggeri e quando raggiungiamo la sommità l'altimetro mi da poco meno di 4800 metri. Siamo nella nebbia, si vedono solo delle bandierine tibetane tese tra due massi a sventolare le loro preghiere e ad indicare l'inizio della cresta dello Shivalinga; dietro e a destra di noi qualche tonfo ci ricorda che anche il ghiacciaio Meru è vivo. Scendiamo velocemente verso il campo e dietro un grosso masso vediamo la targa dedicata dai suoi compagni a Miriam, caduta sotto o sullo Shivalinga; sono spagnoli che la ricordano ancora presente nel vento, nell'acqua e nella terra di Tapovan. Mi torna in mente un'altra poesia scritta su carta e appesa ad un filo in terra spagnola. Ero ancora un ragazzo e i pochi versi erano dedicati anche allora ad una donna o alla Donna: “..tanto fuego la anima, de sal in sal fundida, vivio el istante irrepetible, una vez mas..”
A metà pomeriggio usciamo di nuovo, Francesco ed io, con l'intenzione di far visita ad un sadhu che vive sotto un sasso e ha fatto voto di silenzio; Francesco l'ha già incontrato. Passiamo prima ad un ruscello che scende dallo Shivalinga e che promette un'acqua buona. Li vicino c’imbattiamo nel campo base di una spedizione che tenta la salita allo Shivalinga: due uomini ed una donna spagnoli sono all'interno di una tenda spaziosa seduti attorno ad un tavolo pieno di fogli e foto, si danno tempo fino al 20 ottobre e pensano a due o tre campi intermedi, ho il buon gusto di non ricordare che Hans Kammerlander c'è riuscito in venticinque ore andata-ritorno. Parlano di aspetti tecnici e della presenza o meno della meringa sulla cima, l'accumulo di ghiaccio che va scalato o forato. Dopo un po' facciamo gli auguri e li salutiamo.
E' l'incontro successivo che da colore e significato a tutta la giornata. Ci avviciniamo ad un grosso masso che costituisce una sorta di tettoia naturale affiancata da tre pareti rudimentali di sassi che trasformano il riparo in una casetta di pietra a cui si accede attraverso una porticina di legno. In una stanza che è insieme cucina, salotto e camera da letto, vive un giovane fra i trenta e i quarant'anni, in meditazione. Non parla, comunica a gesti o scrivendo su un piccolo taccuino. Ci accoglie felice e ci invita ad entrare in un ambiente buio: devo attendere che gli occhi si abituino all’oscurità prima di riuscire ad intravedere la forma del letto, un piccolo altare con divinità dominate da un Krishna con flauto, una dispensa, un focolare, il resto, in periferia, si sfuoca nel l'oscurità. Offriamo alcune buste di minestrone liofilizzato che mette da parte e con le mani ci propone di metterci a meditare per placare la mente, mi invita a sedere sul letto a gambe incrociate mentre loro due siederanno sul tappeto alla base del letto. Inizia la meditazione. Dopo un po', nel silenzio irreale, i pensieri si rendono più evidenti, si allenta la loro concatenazione, i più banali rivelano la loro inconsistenza e cadono da soli; non c'è più la percezione del tempo, di cosa faremo domani, dei problemi pratici immediati, non ha più importanza nemmeno capire cosa faccio sotto un sasso a 4500 metri con due esseri immobili di fronte a me. Mi sento a mio agio, non ho freddo, non ho caldo, mi sento in un luogo protetto, in pace con me stesso. Un nuovo modo di pensare s’impone, meno razionale e più unito alle cose; è come se fossi all'aperto, vedo il piano di Tapovan non più verde ma roccioso e l'imponente Shivalinga non è più una montagna, ma è la coscienza infuocata che si eleva dal piano mentale. E' l'Essere. Stabile, fermo, limpido, indifferente alle voci del corpo, ai sussulti della sensibilità, ai voli della mente ma intimamente unito ad essi. E' Reale, tutto il resto muta. Qualcuno pensa in me:
“Se riuscissi a coagularlo avrei ottenuto la Pietra”.
Da quanto la cerco? Ma sono Eterno! Le vite si sono succedute come i denti di una ruota? Non c'è un tempo ove collocarle, coesistono. Un sole con tante lune intorno. Qualcosa che mi cammina sulla gamba, vicino all'inguine mi richiama alla quotidianità, è un topolino che istintivamente caccio con la mano e il movimento fa cadere anche una piccola pila che il sadhu aveva posto sul letto. Alla luce fioca scorgo i miei due compagni di meditazione immobili come statue. Dove saranno? E ritorno al Tapovan roccioso dentro di me.
Quando riemergiamo, quasi contemporaneamente ci guardiamo in silenzio, il sadhu prende un carta e, sorridendo scrive:
“Perché mi avete portato queste cose irreali? Solo l'Amore per Krishna è reale”.
Dietro agli occhiali i suoi occhi brillano. L'unica cosa che riesco a scrivere in risposta è che credo di aver compreso cos’è lo Shivalinga. Non è una montagna da scalare o da fotografare. Mi abbraccia forte e mi bacia con impeto sulle guance poi fa lo stesso con Francesco dopo, con un cucchiaio, ci offre una cosa dolce come la marmellata e ci accompagna alla porta. Dopo un centinaio di metri mi giro e lo vedo nella nebbia ancora davanti alla porta che ci saluta.Torniamo alla tenda portando con noi un po' del suo silenzio. Abbiamo saputo che il sadhu silente passerà l'inverno nel suo rifugio di roccia a Tapovan.
Durante la cena, viste le condizioni del tempo, decidiamo di comune accordo di rinunciare alla tappa di Nandanvan e di scendere a valle; vogliamo essere in due giorni a Uttarkashi e questo ci obbliga a piantare le tende a Chirbas così saremo in mattinata a Gangotri e da lì in jeep raggiungeremo l'ufficio di Chandan per cambiare dei soldi poi andremo all'albergo dove speriamo di asciugare un po' di roba.
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