Oggi sette settembre partenza alle 11.00 dall'ufficio di Mr. Chandan diretti ai 3300 m. di Gangotri. In assoluto la strada più pericolosa che io abbia mai percorso: precipizi, smottamenti, frane, la jeep che pattina nel fango (non é una 4x4 ed ha le gomme abbastanza lisce). Lungo tutto il percorso ci accompagnano cartelli stradali ameni (quando riusciamo a leggerli) del tipo: “drive not fly”. Dal bordo stradale sempre senza protezione e spesso franato, si vede il fiume Bhagirati piccolo, piccolo in fondo alla valle. Per la maggior parte del viaggio é come fare la valle a volo d'uccello, la sicurezza della strada ed il codice sono un’astrazione, le stesse leggi della fisica in certi momenti mi sembrano sospese, come quando in una curva a destra avevamo le ruote di destra mezze fuori; ci ha sostenuto la forza centrifuga o la volontà di andare avanti.
Questo viaggio all'adrenalina é arricchito da un paesaggio bellissimo: cascate tumultuose vanno ad ingrossare il piccolo Gange, le pendici dei monti che cominciano a diventare imponenti sono fittamente coperte di boschi, habitat ideale per orsi bruni, leopardi e cobra neri. Il colore dominante é il verde con mille sfumature, segnato dal bianco dei torrentelli.
E' una strada molto frequentata e spesso ci si incontra nelle strettoie fangose in mezzo ai macigni appena franati dove iniziano i duelli fra autisti. Di tanto in tanto alcuni sadhu vestiti d'arancio, con il pentolino d'acciaio in mano, passano a piedi, immersi in un altro mondo, indifferenti al freddo, al fango, con gli infradito ai piedi. Qualcuno risponde agli omaggi. Gli ultimi chilometri sono quasi normali e comunque é quasi un miracolo essere arrivati a destinazione, la nostra guida ad esempio verrà bloccata con i portatori da una frana e perderemo un giorno di trekking. La strada finisce in una piazza che funge da parcheggio e da lì in poi si prosegue a piedi e con gli zaini in spalla per duecento metri, fino all'alberghetto, in un’aria decisamente più sottile.
Gangotri è un paese minuto costruito lungo un tratto del Bhagirati e tutti i negozietti fiancheggiano la via principale e unica che porta al tempio della dea Ganga, la cui divinità si dice sia stata installata da Shankara Acarya. Ci sono ashram, alberghi, templi e domina un’atmosfera di tolleranza; molti i pellegrini, pochi i turisti, qualche spedizione che punta ai colossi himalayani. In cima al paese c'e un ponte che porta alla sinistra orografica del Bhagirati dove, tra alcuni ashram e una stazione telefonica con una gigantesca antenna, spicca un tempio che ci appare subito familiare. E' dedicato ad un Krishna dolcissimo, affiancato da una Srimati Radharani molto attenta e prudente. Qui faremo la nostra meditazione le prossime due mattine.
Su Gangotri incombono montagne alte 4000 metri. Sui ripidi fianchi si arrampicano i cedri deodara, poi solo i prati e poi la nuda roccia di grigio e compatto granito. Un ambiente suggestivo, ideale soggetto per un pittore romantico dove l'uomo rimpicciolisce e incombe la natura che si prende la rivincita. Dal centro del ponte s’intravede la valle dove ci inoltreremo per arrivare a Gaumuck, la ”bocca di mucca”, vera sorgente del Bhagirati. C'è un ottimo ristorantino che ci vede clienti affezionati e da cui spiamo il tempo, c'è anche una famiglia di israeliani, con due bambini con le orecchie a sventola e i capelli rossi che hanno fatto amicizia rapidamente con i bambini indiani. All'albergo soggiorneremo in due stanze con due mini poggioli che sembrano quelli di Barbie, con una righierina alta 50 centimetri; per ricordare che anche la porta d'ingresso è piccola serviranno due o tre capocciate. Madhumangala ed io dormiremo nella seconda stanzetta, Keshava e Francesco nella prima che è più equivoca perché ha luci rosse alle finestre che sembrano vetrine ed é anche più fredda. Dopo il tramonto c'è luce solo per un’ora e l'acqua della doccia é fredda, ma a questo eravamo preparati.
Nei due giorni successivi aspettiamo le guide e i portatori bloccati da una frana, preparando l'attrezzatura, suddividendo i pesi e scambiando impressioni e previsioni. C'è nell'aria un’allegra, sottile euforia per quel che stiamo per fare e un’attesa continua che il tempo migliori. Continuo ad interpellare il mio orologio-barometro che essendo veritiero non da grandi speranze e per questo non è amato dai miei compagni di viaggio. Useremo questo tempo per acclimatarci all'altezza, fare la meditazione con il japa mala al mattino presto nel tempio vaishnava, fare riprese e conoscerci meglio. Sono contento dei miei compagni: Madhumangala è affidabile e generoso, ha procurato tutti i medicinali e li sa usare, è molto attento ai rapporti con guide e portatori, ha senso pratico e un'ottima resistenza al dolore ed è rapido nel prendere decisioni, Keshava è molto preciso e organizzato, non ha lasciato niente al caso, ha voglia di fare, di sperimentare, se proponessi qualcosa oltre il programma sono sicuro che accetterebbe ed ha una preparazione tecnica che manca a noi, comunica con facilità e mi sorprende per la quantità di progetti che ha in mente, Francesco ha già provato le cose estreme, non si tira indietro nelle difficoltà e non teme i disagi, ha il fisico adatto per questo genere di imprese, è attento all'aspetto economico e sa cogliere le strategie negli altri. Mi sembra che ci integriamo bene. Vedremo come andrà. Se dovessimo fare una spedizione alpinistica vera e propria occorrerebbe forse un migliore gioco di squadra e una maggior autonomia nei momenti critici. Ma possiamo imparare.
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