mercoledì 17 novembre 2010
Trekking spirituale dull’Himalaya – X parte
Al mattino iniziamo la ripida discesa salutando con il cuore Tapovan, i sadhu nei loro ripari e lo Shivalinga che ormai non riusciamo più a vedere. Dobbiamo proprio partire, Yamunotri, la seconda meta, ci sta chiamando. Scendiamo rapidamente per il sentiero ripido attraversiamo la morena che non permette distrazioni e quando arriviamo all'ultimo salto di roccia diverse scariche di sassi accompagnati dai tipici fischi e tonfi richiamano la nostra attenzione; è la montagna che ci saluta. I sassi finiscono in una valletta vicino al sentiero. Questo è anche l'ultimo punto per riprendere dall'alto il fronte terminale del ghiacciaio e Keshava è al lavoro. E’ uno spettacolo indimenticabile, siamo davanti alla forza della natura, la parete di ghiaccio vivo si estende frastagliata ad anfiteatro, pinnacoli di ghiaccio dai riflessi verdastri sembrano sul punto di cadere dall'alto da un momento all'altro nell'acqua gelida e qualche masso della morena sceglie di fare il grande salto proprio ora. Qui il ghiacciaio Gangotri ostenta tutta la sua potenza, una bocca gigantesca da cui scaturisce l'acqua sacra che monda e vivifica.
E' nuvoloso e si è abbassata la temperatura, ma due sadhu vestiti dei soliti teli leggeri scelgono di venire a fare un giro proprio dove siamo noi, osservando lo spettacolo e la nostra attrezzatura, poi si allontanano. Rimane con noi il portatore addetto all'attrezzatura, uomo maturo, di bassa statura, magro, vigoroso e di animo lieto, discreto e attento, sembra che non ci sia ma è sempre lì. Ha una scarpa slacciata che gli allaccio io perché è impacciato dal carico ma si vede che è a disagio. Sul sentiero ripido che saliva a Tapovan si arrampicava in scioltezza apparentemente senza sforzo. E' un portatore nepalese.
Durante le marce a tratti camminiamo insieme parlando di quello che ci capita, talvolta invece siamo soli con le nostre riflessioni. Francesco cammina un pezzo avanti a noi, Madhumangala e Keshava sono dietro e parlano tra di loro, mi sembra d'essere in cammino da un’infinità, un passo dopo l'altro verso una meta ignota. Da alcuni giorni non abbiamo contatti con nessuno in Italia.
Quando arriviamo a Chirbasa le tende sono già montate in mezzo agli alberi e sta di nuovo piovendo. Ci siamo avvicinati al mondo e si sente l'aria più ricca di ossigeno. Sarebbe il posto giusto per ricevere la visita di un orso o di un leopardo, ma la notte passa tranquilla.
Discesa rapida a Gangotri, mi fermo per farmi aggiustare uno scarpone da un calzolaio che ha ricavato il suo negozio fra il muro di una casa e un ristorante, lo spazio è appena un metro ma ha tutte le cose che gli servono per lavorare; guarda con professionalità lo scarpone, mi chiede quanto costano e poi si mette all'opera, in cinque minuti me lo restituisce in ottime condizioni. Prendiamo le jeeps e scendiamo alla volta di Uttarkashi, sei sulla prima, noi quattro, Mr. Rana e il driver, tutti i portatori sono sulla seconda. A metà strada ci fermiamo ad un paese la cui particolarità è di essere dotato di una fonte termale, ci sono due piscine e alcune docce con acqua naturalmente molto calda. Quando arriviamo in cima alle scale vediamo che tutti i portatori e Francesco sono già sotto le docce, il nostro portatore nepalese si sta godendo l'acqua calda. Madhumangala mi fa notare che porta il filo braminico e quando si riveste e mette il copricapo tipico del Nepal è un'altra persona.
Vediamo dall'alto Uttarkashi, si trova in una posizione bellissima, la valle che scende da Gangotri si allarga, il Bhagirati perde la sua irruenza e con un corso più largo scorre quasi in pianura facendo un’ampia ansa attorno al monte. Qui è adagiata Uttarkashi, paese natale di Shankara Acarya, con le case degli indiani ricchi, con il giardino, che si arrampicano sulle colline. Siamo ad un’altitudine di 1150 metri, ideale per riposare. Vedo già l'albergo ove scenderemo per la seconda volta, davanti alle camere ha un ampio terrazzo coperto dove al mattino si può fare la meditazione sul japa mala guardando il Bhagirati che ci porta il profumo dell'Himalaya. Dalle finestre, invece, si vede l'altra faccia di Uttarkashi, quella polverosa, arrugginita, con moltissime case costruite a metà e gli immancabili e innumerevoli ferri da armatura puntati verso il cielo, con scrofe perennemente incinte che arano il fango con il muso e fabbriche di non so cosa. C'è anche un minareto con un muezzin che con la sua voce acuta, tanto cara agli dei, al mattino presto ci ricorda che la comunità mussulmana deve essere numerosa.
Arriviamo al piccolo ufficio di Chandan ed è come ritornarci dopo un anno, contrattiamo sulle tasse pagate al parco, sul viaggio che faremo domani, sul cambio; Mr. Rana in disparte, osserva tutto senza intervenire, forse pensa ai suoi figli, forse alla possibilità di aprire una sua agenzia. Guardo i miei compagni e mi vedo riflesso nel vetro, abbiamo tutti un’aria stanca, la barba lunga, immagino l'odore. Domani cambieremo euro, daremo la mancia ai portatori e prenderemo la jeep per trasferirci a Janki Chatti. In albergo ci laviamo e facciamo bucato sperando che si asciughi. Prima di cena usciamo per fare un giro al mercato, telefoniamo in Italia, ridiamo e scherziamo in libertà, siamo quattro bambini in vacanza.
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