Oggi è il 21, il tempo stringe e dobbiamo prendere una decisione, dopo colazione, facciamo finalmente il bucato, c'è un po' di sole che asciugherà rapidamente e monopolizziamo la terrazza dell'albergo per stendere e per riordinare l'attrezzatura, la macchina fotografica di Keshava è irrimediabilmente danneggiata dal fango che si è infilato nella valigia. Mr. Rana, che aveva chiamato Chandan, suggerisce l'idea dell'elicottero. Facciamo il punto della situazione: ci separano circa 80 chilometri per arrivare a Mussorie (da lì a Dheradun le strade sembrano buone), questi 80 chilometri non li possiamo fare da soli abbiamo troppi bagagli e non possiamo spedirli, servono portatori e jeep fra una frana e l'altra, impossibile senza una guida che parli hindi; Mr. Rana deve partire oggi ma si fermerà fino a domani per aiutarci in paese a raccogliere tutte le informazioni.
Il nostro albergo è nella parte alta di Barkot a mezzo chilometro dal centro, dopo duecento metri la strada è crollata per le piogge, ne è rimasto un metro dove si passa in fila indiana, nella voragine stanno lavorando uomini e donne, con massi e filo di ferro preparano una massicciata di fortuna. Arriviamo alla sede della polizia, che sembra attrezzata, dove ci dicono che per almeno tre giorni non si può uscire da Barkot con le auto , significa che per due settimane siamo segregati, in banca non ci cambiano gli euro, incontriamo un francese che sembra un ex legionario che si trova nella stessa situazione così andiamo in comune per capire meglio cosa si può fare.
Inizia una full immersion nella burocrazia indiana con telefonate all'ambasciata, a due compagnie di elitrasporti, attese, considerazioni, interviste con riprese della TV locale, altre telefonate. Intanto compare un personaggio, un ragazzone brasiliano di nome Riccardo, sta cercando anche lui un elicottero e passeggeri per dividere la spesa. E' una settimana che si trova da solo in tenda al campeggio di Barkot, si è separato dal suo gruppo che ora è isolato a Janki Chatti e non ne può più di India e indiani, deve assolutamente scendere a valle, sembra buono e onesto è palesemente insicuro e ansioso. Da ora all'atterraggio a Dheradun sarà nostro compagno, soprattutto di Francesco che lo prende sotto la sua protezione.
Dopo diverse telefonate e sms riusciamo a trovare un accordo per l'elicottero ad un costo umano ed un bonifico con Western Union dall'Italia, noi non disponiamo della somma e il pilota non decolla se non ha accreditato sul conto quanto chiede. La trattativa continuerà fino alla sera ed anche durante la notte arriveranno tre messaggi ma la cosa sembra avviata a soluzione, ritorniamo all'albergo e riattraversando il paese pieno di sole e di attività incrociamo una mandria di bufali, un centinaio di bestie di tutte le età con il tipico incedere lento e sussiegoso portando in alto le corna come fossero sacre, femmine grosse e ricche di latte che attorniano un paio di maschi potenti, dietro un gruppo di bufalini sulle gambe ancora magre seguito da una pastora e intorno il paese dalla strada calda e polverosa con le due banche che non ci cambiano gli euro, i poliziotti in divisa, i ristoranti affumicati e i bambini svegli e rapidissimi.
Arriviamo alla strada crollata vicino all'albergo e vediamo che è quasi aggiustata, stanno posando delle pietre per livellare e poi passerà il camion per collaudarla. Cambia il tempo e dobbiamo ritirare le nostre cose ormai asciutte, infatti inizia a diluviare e continuerà tutta la notte.
E' il 22 e siamo in piedi dalle cinque in attesa di partire, tre messaggi del pilota che chiede notizie dei soldi sono arrivati durante la notte, alle sette e trenta ci telefonano che arriveranno alle otto e trenta, dobbiamo essere pronti dove atterreranno, l'albergo è saldato dalla sera prima ed anche Mr. Rana che ci vuole accompagnare all'eliporto. Due chilometri e mezzo per andare e due e mezzo per tornare sono cinque in più che lui si farà in aggiunta ai suoi 25 per arrivare a casa; per servirci meglio. Ora non piove ma la pioggia torrenziale della notte ha disfatto il lavoro della strada, c'è di nuovo la voragine e le gabbie di sassi sono sparpagliate giù verso valle. Si passa di nuovo in fila indiana.
L'eliporto di Barkot è proprio bello, è un prato pianeggiante di quasi un chilometro per lato da cui si gode una bella vista sulle valli e le colline circostanti e sulla Yamuna che scorre placida in un letto largo duecento metri sotto nella valle che scende a sud da dove dovrebbe spuntare l'elicottero. Se si sbriga dovremmo arrivare a prendere l'aereo che parte domattina presto. Sul prato ci sono muli e cavalli che pascolano in libertà e dentro una pozzanghera c'è già una bufala. Salutiamo calorosamente Mr. Rana che ci è stato amico per così tanti giorni nei momenti belli e in quelli brutti, abbiamo condiviso molto, è sempre stato presente con efficacia e con discrezione. Ora deve proprio andare, deve tornare a casa, lo vedo per l'ultima volta ad una curva del sentiero che risale a Barkot con una borsa nera a forma di zaino in spalla che si è comperato con la paga, è una figuretta magra che ci saluta e si allontana col suo passo lungo ed elastico.
Inizia una giornata di attesa e di speranze deluse ma anche di momenti ameni. Da quando siamo arrivati siamo circondati dai bambini che hanno capito che deve arrivare un elicottero, giocano attorno a noi e con noi, mi hanno chiesto di guardare con il binocolo con il quale guardo le nuvole che chiudono la valle a sud e se lo rubano di mano, c'è anche qualche adulto che viene a vedere cosa succede, qualche ragazza e qualche mamma, ad un certo punto l'eliporto sembra la passeggiata fuori porta di Barkot.
C'è tempo per le riflessioni, per meditare sul japa mala e anche per i giochi. Riccardo, che questa notte ha dormito nella camera di Keshava e Francesco, fa parte della compagnia e partecipa al gioco con i bambini che organizza Keshava. Una squadra di bambini, saranno una ventina, è guidata da Madhumangala, l'altra da Riccardo, in mezzo Keshava con fazzoletto che verrà preso dal più svelto dei due bambini che al comando partiranno dalle due squadre contrapposte. Sto meditando sul japa mala passeggiando. Francesco medita seduto a gambe incrociate nell'angolo est del prato con il viso rivolto alla Yamuna. Sono momenti sereni, spensierati, è come essere in un oasi.
L'elicottero non arriverà mai. Di tanto in tanto Madhu chiama l'agenzia la quale dice che il pilota è decollato e poi è tornato indietro per la pioggia, poi di rimanere sul posto che sarebbe partito tra poco, poi che alle cinque verranno due elicotteri così possono fare un volo solo. Siamo sempre noi a chiamare.
Ovviamente il nostro aereo è perso ma dall'Italia ci dicono che la Lufthansa considera buono il biglietto anche per i prossimi giorni. E' tutto il giorno che il temporale ci gira intorno e ci risparmia ma verso le cinque i bambini all'improvviso salutano e si allontanano correndo, anche gli animali sembrano scomparsi e quando realizziamo d'essere rimasti soli in tutto il prato, comincia una pioggia torrenziale. Abbiamo appena il tempo di metterci le mantelle e caricarci alla meglio i bagagli ed è in quel momento che si materializza un garbato signore con l'ombrello che ci dice:
“ voi avete bisogno di aiuto, venite nella mia casa che è vicina”,
lo deve ripetere due e tre volte perché siamo troppo occupati con zaini e borse ma poi accettiamo volentieri, il paese è lontano e noi troppo carichi. Raggiungiamo in due minuti la sua casa con giardino e un portico sotto cui ci rifugiamo. Lui e la moglie preparano sedie per tutti; il papà, un signore distinto è già seduto e ci sta aspettando, poi appare un bambino che già conosciamo poi due fratellini e due sorelle grandi e si siedono tutti su un letto addossato alla parete, ci portano un tè e poi la moglie va in casa e torna con una biscottiera che sembra d'argento con una pietra rossa incastonata sul coperchio che pare un rubino, ci conoscono già perché ci hanno visto alla televisione, e così conversando aspettiamo che il tempo si calmi. Poi la moglie ci porta delle piccole pannocchie tostate; un'ospitalità squisita e quando è il momento di partire, il nostro ospite ci propone di lasciare il bagaglio che non serve in una stanza che si apre sul portico di cui ci vuole dare la chiave che però lasceremo a lui.
Risaliamo al paese e cerchiamo due stanze per la notte sopra il ristorante affumicato che già conosciamo, la nostra ha cinque letti attaccati uno all'altro con i materassi curiosamente avvolti in nylon rigidi così quando uno si gira nel letto tutto scricchiola e sveglia anche gli altri, poi scendiamo al ristorante per una cena a lume di candela perché non c'è energia elettrica, è proprio buio, non hanno Palak Paneer ma mangiamo bene. Al momento di ritirarci ci consigliano due volte di chiudere a chiave la porta della stanze.
E' una notte inquieta, mi sveglio due volte per quello che sembra il rantolo di un animale giù in piazza a cui fa eco un coro di latrati, è buio pesto, penso a come organizzarci per i due voli e mi chiedo come tenerci in contatto se saltasse il secondo volo, è deciso che partiranno Keshava, Francesco e Riccardo con il primo, mi farò dare i soldi da Riccardo e Keshava, così abbiamo noi la parte in contanti che va al pilota che è costretto a tornare a prenderci; ieri ho già regalato alla guida il saccopiuma, una picozza, un paio di ramponi e gli scarponi, ma domani mi devo alleggerire ancora. Mi viene in mente il detto latino: “nox nutrix maxima curarum”. E' vero, di notte tutto si ingigantisce. Poi mi riaddormento.
Sono le sette del mattino abbiamo pagato l'albergo e acquistato del riso, dei biscotti e altro che porteremo in regalo alla famiglia che ieri ci ha ospitato durante il temporale, Madhumangala gli regalerà anche il suo coltello multiuso, la giornata è buona e anche se nessuno ha telefonato ci avviamo per il sentiero che porta al prato. Poi tutto succede molto in fretta, sentiamo il rombo dell'elicottero che si avvicina rapidamente e acceleriamo per quel che consente il sentiero, non si capisce perché ci debba essere un cancello girevole che consente il passaggio di una persona alla volta, perché è così lungo, perché deve girare proprio attorno a tutte le proprietà. Riccardo proprio non vuole perdere il volo e sta correndo, io non passo dal nostro ospite e vado direttamente al campo perché voglio avere da lui i dollari da tenere come pegno, Madhumangala mi segue e Francesco è già lì, così tocca a Keshava recuperare tutto il bagaglio depositato e arriva dopo un attimo stracarico. Attorno all'elicottero, un Agusta Bell in ottimo stato, già atterrato ci sono un centinaio di persone ed altre stanno scendendo dal paese. Riccardo, molto eccitato mi dice che l'elicottero è stato mandato dall'ambasciata brasiliana ed è gratuito e che c'è posto per due persone oltre a lui, mi consegna i dollari, Keshava gli euro e salgono con Francesco sul mezzo che si alza lentamente rombando, poi fa quota e si dirige a nord verso Janki Chatti e Yamunotri.
Con Madhumangala siamo rimasti in mezzo agli indiani con i bagagli, questa storia del secondo elicottero e del volo gratuito ci convince poco. Si è appena affievolito il rombo del primo elicottero che ne sentiamo un altro provenire da sud e infatti è là, piccolo sopra la Yamuna. Per gli indiani è una festa. Attendiamo che si sia posato, spento il motore e fermato il rotore, quando il pilota scende e viene verso di noi, gli mostro il cellulare e gli dico che nessuno ha chiamato lui mi risponde con un inglesissimo :
“Oh! My God, I'm forgot it!”
Mi stringe la mano e mi offre una tazza di tè da una thermos che ha con sé. Ha un giubbotto in pelle, mi sembra David Niven in tono minore e mi sembra anche furbo. Mi verrebbe da ridere ma non è il momento, carichiamo i bagagli e ci sistemiamo a bordo ma quando vediamo in prima fila il nostro ospite, scendiamo a salutarlo e Madhu gli dà il suo coltello multiuso. E' felice come sanno esserlo gli indiani. Prima di decollare, in attesa del copilota, Madhu interpella duramente David Niven che si scusa per il ritardo ma non mi sembra molto turbato.
Decolliamo in questa vecchia macchina cinese che sembra di stare dentro un frullatore ma fa il suo dovere. Gli indiani diventano piccoli e Barkot torna ad essere un paesino ad un incrocio di valli, vediamo la strada che ci ha fatto penare tanto, le numerose ferite alla montagna, guardo su verso Yamunotri e mi sembra di scorgere Syana Chatti, li c'è la stalla dei muli; poi salendo di quota tutto appare normale, rimane la percezione di un paese in via di ricostruzione, ripenso all'Italia degli anni cinquanta, ripenso a come erano le strade di montagna e le case, in venti o trenta anni l'India può dotarsi di una rete stradale normale e di un sistema idrico sotto controllo, poi mi viene in mente Mr. Rana che ci raccontava che qui l'acqua è già privatizzata.
E' un volo tranquillo che ricorda altri momenti, prima del lancio con il paracadute, in piedi sul pattino dell'elicottero e istintivamente cerco un posto per atterrare. Tempi passati. Madhumangala davanti forse pensa la stessa cosa. Intanto si stanno addensando le nuvole e in fondo alla valle il tempo si sta chiudendo e non è una bella cosa visto che si vola a vista ma c'è un buco nelle nubi dentro cui ci infiliamo con un po' di turbolenza e sbuchiamo in vista della pianura. Sorvoliamo Mussorie con le sue ville con i giardini e gli alberghi con le piscine circondati di boschi, perdiamo quota e infine vediamo l'aeroporto di Dheradun, gli hangars e l'Augusta Bell che è già atterrato. In un attimo siamo giù.
Appena scesi David Niven esordisce dicendo che i soldi non sono tutto nella vita e così alle nove e trenta incominciamo un'estenuante trattativa per evitare di pagare anche il secondo elicottero; per prima cosa, davanti al nostro rifiuto, fanno chiudere i cancelli dell'aeroporto così è chiaro che non usciamo di lì se non abbiamo pagato tutto. Ci prenderà un'ora di tempo, da una parte Francesco che sfodera la sua oratoria da avvocato mentre poco distante Madhumangala parla a lungo con l'ambasciata e con l'agenzia; alla fine ci incontreremo a metà strada e subito ci verrà offerto un tè e ci chiamano il taxi. Restituiti i dollari a Riccardo, gli euro a Keshava e saldato il conto a David Niven partiamo finalmente per Delhi.
Il viaggio di ritorno a Dehli è estenuante, pochi chilometri dopo la partenza viene subappaltato ad un giovane autista che si rivela molto bravo ma dobbiamo traslocare tutti i bagagli per l'ultima volta e poi via in un'aria sempre più densa di odori, di rumori e di immagini che si susseguono: il sick che cambia i soldi, la giovane mamma che chiede l'obolo perché il marito è all'ospedale, i cavalli e i cani dentro lo smog, i camion disastrati, i cartelloni pubblicitari, le statue dei politici come delle murti, i parchi trasformati in strade, gli scolari vestiti tutti uguali, i poliziotti con il bastone, l'uomo che si masturba davanti a noi, il ristorante con il Palak Paneer, i templi con le campane, le anatre nell'acqua sporca, la interminabile strada lungo il fiume, l'odore di carogna, il sole che tramonta, la sordida periferia di Dehli, i gatti magrissimi, l'uomo che dorme lungo il ciglio della strada , i palazzi di acciaio e vetro, questo viaggio non finisce più.
In cielo intravedo una piccola stella solitaria, sembra sorridere ironica. Ma il bel Lucifero è caduto definitivamente? Deve ancora cadere? Deve proprio cadere? Viviamo in un Uni-verso dove sembra che tutto si ripeta, dove tutto è possibile. Ma dove tutte le infinite possibilità sono aperte non c'è niente di irreversibile.
La stanza che abbiamo prenotata nell'ultimo albergo non è più disponibile, siamo così stanchi che non riusciamo a metterci d'accordo su che albergo scegliere e andiamo direttamente all'aeroporto, diciannove ore fa ci siamo alzati dai materassi scricchiolanti di Barkot ora ci addormentiamo sulle panchine dell'Indira Ghandi tirato a lucido. Facciamo colazione in una improbabile sala d'aspetto internazionale modernissima con le poltroncine tipo caffè viennese. Passa un uomo travestito da sadhu, i capelli e la barba grigi e lunghi e una sottoveste rosa appena sotto il ginocchio.
Sull'aereo di ritorno a Monaco sono seduto nella fila centrale e non vedo l'India che sto lasciando, una foto nella rivista della compagnia me la ricorda ammantata di esotico.
A Monaco siamo in una fila per il controllo dei bagagli e confronto agli altri passeggeri noto che siamo decisamente malconci è in questo momento che mi spunta l'idea che abbiamo ricevuto molto proprio nella parte più dura, da Yamunotri in poi. Devo pensarci. Abbracciamo Francesco diretto a Bologna, noi scendiamo a Firenze dove ci attende Gurudeva con il suo sorriso e il prasada di Manupatni.
Premabhakti das
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