mercoledì 17 novembre 2010

Trekking spirituale dull’Himalaya – VI parte

Mercoledì otto, al mattino, sadhana nel tempio vaishnava e puja, i rituali sono un po' diversi ma si parla la stessa lingua. E' come essere a casa, mi correggo é come sentirsi a proprio agio ovunque perché meditazione sul japa mala fatta bene ci mette in quella disposizione interiore per cui il benessere non dipende più dall'esterno. Più tardi facciamo riprese, fotografie, e incontriamo all'albergo una spedizione di francesi di Chamonix, che tentano la scalata del monte Bhagirati II, lungo lo spigolo nord-ovest. E’ un 7.000mt che vogliono conquistare con tre campi e una settimana di tempo. Non li ho più incontrati, non credo ce l'abbiano fatta. 
Giovedì nove, contrariamente alle previsioni è una bella giornata ed al mattino presto incontriamo un sadhu luminoso che gioiosamente, si rivolge a Madhumangala e me dicendo che Dio è uno e che non c’è un Dio degli Hindu. Continua affermando che se non mangiamo carne, non disperdiamo energia nel sesso e meditiamo sul nome del Signore avremo la gioia; poi lo ripete ridendo gioiosamente come un bambino. Ci rimangono dentro anche i concetti, ma soprattutto la felicità che trasmette. Non accetta offerte, non accetta omaggi e se ne va. Chissà se lo rivedremo. Verso mezzogiorno gli altri vanno a fare le riprese ed io mi avvio verso il posto di blocco del parco due chilometri più avanti per vedere com’è il sentiero. E' bello mettersi in moto dopo tanta attesa, i muscoli delle gambe si riscaldano rapidamente e ritorna il gusto familiare del camminare in montagna. La valle curva lentamente verso Sud-Est e manifesta altri spettacoli, il sole asciuga le foglie e da rilievo alle montagne, ai lati del sentiero enormi e secolari cedri deodara sono muti testimoni del passaggio di migliaia di pellegrini, sadhu e Maestri che hanno calpestato questi stessi sassi.
Forse Henri le Saux, il frate benedettino diventato sannyasi, con l'amico Raimond Panikkar che cercava di coniugare l'anima induista con quella cattolica recandosi a Gomuck hanno toccato lo stesso tronco che sto sfiorando io. Non ci sono aerei, né voci umane, né rumori di fondo solo, lontano, giù nella valle il brontolio del Bhagirati. Un lucertolone si riscalda al sole e assieme ascoltiamo il silenzio. Io osservo lui ed io da chi sono osservato? Mi sembra un dejavù e mi rimetto in cammino. Poco dopo raggiungo il posto di blocco ed osservo alcuni funzionari che ispezionano gli zaini di due trekkers, c'è un controllo all'ingresso del parco e uno all'uscita. Torno indietro pensando a come far passare la telecamera grande e a quanto ci costeranno i permessi.  E' la guida che parla hindi che dovrà trattare.
A metà pomeriggio accompagno Francesco da un sadhu a cui  pensa di avere recato offesa fotografandolo mentre dormiva. Il sadhu si è svegliato all'improvviso e si è inquietato e ora Francesco, offrendogli del riso e in mia compagnia, vuole omaggiarlo. Poco più in là Keshava sta riprendendo una bellissima cascata carica di prana e Madhu è in albergo raffreddato e si cura con gli antibiotici. La visita al sadhu scuro, dai lineamenti primordiali, dura quindici minuti, più che sufficienti per capire che si tratta di un maestro di Hathayoga che segue Patanjali e al mattino da lezioni di asana e  insegna come fare il neti con una garza. Non ritiene che il canto del Santo Nome sia efficace. E' vigoroso, molto sicuro di sé, parla come se avesse la verità in tasca. L'arrivo di Keshava  ci toglie da una situazione di stallo, salutiamo e mentre ce ne andiamo rifletto che ognuno ha i suoi perché e si sente al centro del mondo; sono forze potentissime quelle che tengono insieme una psiche e danno all'Io il senso di essere al centro del mondo; è necessaria la presenza del Maestro per smontare continuamente le false certezze e proporne di reali.

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