mercoledì 17 novembre 2010
Trekking spirituale dull’Himalaya – VIII parte
L'arrivo a Gomuck è un momento impressionante: il fronte del ghiacciaio alto un centinaio di metri è grigiastro con riflessi neri, verdi e azzurri, alla base c'è quello che sembra un lago dentro cui di tanto in tanto cadono pezzi di ghiaccio e dopo duecento metri l'acqua è già in movimento verso valle con la vivacità di un torrente. Qui, con il gamca ai fianchi, ci immergiamo nell'acqua fredda con un rito che molti prima di noi hanno eseguito. Il pensiero va al Maestro Marco Ferrini, ai confratelli, rivedo mio padre e mia madre, gli amici che sapevano del viaggio, è un momento da condividere interiormente mentre lascio che l’acqua mi scorra sopra il corpo. Immergiamo nella corrente dei fili braminici acquistati a Gangotri, prendiamo un po' d'acqua e dei sassolini da portare con noi, ci rivestiamo che siamo quasi asciutti grazie al sole uscito per l'occasione e ripartiamo per la parte più impegnativa. Un gruppo di indiani seduto dietro di noi assiste divertito a tutta la scena.
Si tratta ora d'attraversare due chilometri di morena, uno sfasciume di rocce grandi e piccole che coprono il ghiacciaio. E' una scommessa per le caviglie, l'aria rarefatta si fa sentire, si sale e si scende seguendo la labile traccia degli ometti di pietra; Keshava e Francesco non hanno problemi e procedono spediti, io sono un po' preoccupato per Madhumangala che con la bronchite ha la capacità polmonare dimezzata e rallento, ma c'è con lui Mr. Rana che gli starà vicino fino in cima. Ogni tanto si apre un crepaccio nel ghiaccio nero e durissimo, dentro cui provo a gettare delle pietre che rotolano per un bel po', qui e là la morena mostra del ghiaccio scivolosissimo. Per un tratto mi trovo in un avvallamento da solo e provo una gradevole sensazione di solitudine in questo ambiente silenzioso e lunare, apparentemente senza vita. Poi finalmente si torna alla terra, al sentiero che aggredisce la montagna e punta deciso verso i 4500 metri di Tapovan. E' molto ripido, con zete nervose di qua e di là del torrente guadagna quota rapidamente, lo sguardo è rivolto alla cascata che indica la fine della salita e ogni tanto lancio un'occhiata a Madhumangala e Mr. Rana che procedono lenti ma costanti; sotto di loro si snoda lentamente il fiume di pietra della morena.
Keshava e Francesco si attardano per le foto che integreranno le riprese così arrivo da solo in cima con il fiato e le gambe che si sono armonizzati. Il tratto finale è così ripido che il pianoro di Tapovan si svela all'improvviso assieme allo Shivalinga che si erge con uno slancio incredibile. Ho l'impressione di dovere alzare la testa a lungo per abbracciarlo tutto, dalla base alla cima che sembra ondeggiare in mezzo a nubi bianche e al cielo azzurro. Alla sua destra, un po' nascosto da una cresta sui 5000, il monte Meru innevato si svela con tutta la sua maestosità; una piramide tronca e frastagliata che suggerisce il prolungamento in una montagna invisibile abitata dai Deva. Si capisce subito perché la stabilità del Guru è paragonata al monte Meru. E' un momento di grande emozione e mi sdraio supino per sentire la terra come facevo da bambino. Poco dopo arrivano i compagni di salita e vedo sui loro volti le stesse emozioni mie. Madhu è salito con la forza di volontà. Mentre si fanno le riprese mi guardo intorno: è un posto fiabesco, sembra il paese di Heidi, manca solo la capretta, il prato molto esteso è attraversato da un corso d'acqua che scorre placidamente per tutto il pianoro fino a precipitarsi dalla cascata fino a Gomuck ed è punteggiato da tanti cespuglietti con la foglie rosso vivo che sembrano fiori.
In fondo si vede nitidamente la mole bianca del Satophant, 7070 metri. E' un paradiso per il devoto, per il botanico e per il geologo. Sembra un circo glaciale da manuale, con il rialzo delle colline verso valle da cui si capisce il percorso fatto dal ghiacciaio e s’indovinano le immani pressioni in gioco da centinaia di migliaia d'anni. Cena a 4500 metri, in tenda ci confidiamo le impressioni della giornata, i momenti impegnativi, le considerazioni sui portatori e la riconoscenza sul loro ruolo. Ora conosco il dolore che si porta dentro Mr. Rana: ha perso la moglie in un intervento a cuore aperto a Delhi, l'ha confidato a Madhumangala. Parliamo anche dei sogni che facciamo di notte e di quelli ad occhi aperti; è un modo per integrare le molte emozioni della giornata. Il borbottio che viene dall'altra tenda mi dice che Keshava e Francesco fanno altrettanto. Notte silenziosa e tranquilla.
Domenica è giorno di riposo, di pioggia e di conversazioni filosofiche in tenda con Madhu che sta meglio. Visita alla Mataji che ha scelto come dimora Tapovan. Una casetta di pietra riscaldata dal fuoco, dalla sua accoglienza e da un altare con le divinità. Le portiamo in dono degli alimenti; quassù stanno gli ultimi sadhu, visitati da poche persone che si arrampicano fin quassù portando viveri in dono. Faccio una passeggiata solitaria sulle colline che segnano la fine del pianoro. E' freddo, sta per piovere di nuovo, mentre penso alla vita dei sadhu completo la costruzione di un ometto di sassi che sta lì da anni ad indicare il precipizio verso il fiume di pietra morenica; di fronte a me vedo Nandanvan e le piccole tende arancio del campo base del Bhagirati due. Forse sono i francesi. Siamo formichine in mezzo a dei giganti. Divinità poste a guardia di altre dimensioni. Cosa vediamo veramente? Avremmo bisogno di un po' di sole per asciugare le cose. E' notte, sono le dieci passate e si sentono i portatori che ancora ridono e si divertono. Per loro è festa, non hanno lavorato.
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